NAE 11. 2005

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Michelangelo Pira: la collaborazione con "Paese Sera"
D’all'insieme della produzione giornalistica di Michelangelo Pira esaminata in una precedente nota1, isoliamo, in questa sede, gli articoli nei quali si articola la collaborazione con il quotidiano romano “Paese Sera” e che coprono un arco di tempo limitatissimo: il primo è del 7 novembre 1979, l'ultimo del1 giugno 1980. Allora direttore della rivista era Giuseppe Fiori, affermato giornalista e fortunato biografo di Antonio Gramsci, Emilio Lussu, Michele Schirru, etc. “Paese Sera”, giornale nazionale popolare, dedicava ampio spazio alla Sardegna. La redazione era stata infatti la sede di lunghi dibattiti sui rapporti tra politica regionale e politica nazionale da parte di molti già noti giornalisti sardi. Alcuni nomi: Umberto Cardia, Giuseppe Dessì, Salvatore Mannuzzu, Attilio Gatto2. Il primo articolo ha per titolo Ospedali e provocatori. È una denuncia della situazione sanitaria e amministrativa degli ospedali riuniti di Cagliari considerati "vero e proprio altare al clientelismo della DC, che ha ragione di difendere con le unghie e con i denti la maggioranza assoluta nel Consiglio di amministrazione"3. Prevale così il binomio cronaca- che sarà poi cronaca di protesta- e politica, come confermano gli articoli successivi. La lettura dei singoli eventi, i gravi e meno gravi fatti di cronaca della sua regione (e più sentitamente del suo paese) offrono lo spunto ideale per indagare sui fatti politici, sulle agitazioni popolari, sulla vita delle sezioni di partito o sulla presenza della Chiesa nel controllo sociale dei paesi. Va detto che gli scritti partono quasi sempre da uno spunto occasionale4. Il taglio degli articoli è in genere breve e condensato, accentrato sul tema che egli prende in esame con pregnanza polemica. Pira non teme certamente di misurarsi con la politica: fu proprio il rapporto, sovente difficile, tra politica e cultura uno dei temi dominanti della sua ricerca di lucido intellettuale, un nodo intorno al quale egli ha dedicato tanta parte della sua attività. Verranno fuori, cioè, le esperienze politiche e gli studi durante gli anni cagliaritani5. Ci troviamo di certo in una temperie caratterizzata dall'incapacità della classe politica sarda di elaborare e imporre allo Stato un programma di riforme alternativo al sistema impastato clientelare. "Non è che manchino i grossi problemi, ma almeno mancano i falsi problemi, che angosciano la mezza cultura sarda invecchiata e frustrata che non sa e non vuole distinguere le responsabilità della D.C.- alla cui rete clientelare non riesce a sottrarsi - da quella degli altri partiti"6. Anche il ceto medio, la cui funzione è subito subalterna, è legato a doppio filo alla politica regionale e agli interessi della classe dirigente nazionale. Pira nutre la speranza di poter contrapporre un programma di azione con la creazione di programmi duraturi di lavoro culturale, da svolgere con operosità e verifica quotidiana. Il suo sistema politico-ideologico appare sempre coerente ed organico soprattutto ponendolo a confronto con tesi e posizioni rigorosamente assimilabili. Le impegnative proposte di rifondazione dell'Autonomia, pensata non più come mezzo per il superamento del sottosviluppo economico, ma come più complessivo strumento culturale, non gli hanno impedito di dedicarsi contemporaneamente alle sue prove letterarie, ai dibattiti sia culturali che politici, fin dai primi anni dell'Autonomia. Occorre dunque dare una "coerente risposta politica all'emersione di nuove classi dirigenti non coinvolte nelle responsabilità dell’uso fallimentare dei poteri regionali fatti finora e all’emergere dei problemi dell’identità culturale e in genere del rapporto tra cultura locale e culture esterne di molteplici provenienze”7.
Non si tratta di ritagliare la politica regionale sarda dal contesto nazionale ed europeo, nel quale ciascuna regione si inscrive pur con i propri tratti specifici. Si tratta di modellare autonomamente le risposte politiche e culturali locali alla misura crescente di dipendenza anche di un'isola defilata come la Sardegna e della sua economia da forze esterne, nazionali e multinazionali. "Definire autonomamente una politica regionale, nella forma e nei contenuti, non significa che i problemi regionali non possano essere affrontati in un ampio orizzonte nazionale ed internazionale, ma occorre poggiare su nuove basi la cultura dell'autonomia, che non può sottrarsi alle sfide del mondo"8.

Meritano menzione gli articoli dedicati ad Emilio Lussu e Antonio Gramsci. In occasione del quinto anniversario della morte di Lussu (avvenuta a Roma il 5 marzo 1975), Pira ricostruisce l'itinerario ideologico di un "intellettuale organico", la cui storia coincide con le più significative vicende della storia della Sardegna. Una attenzione sugli sviluppi del pensiero politico di Lussu, presente anche quando leggiamo la recensione, delle Lettere a Carlo Rosselli e altri scritti di giustizia e libertà di Manlio Brigaglia. "Nonostante i limiti della partecipazione di Lussu al dibattito teorico di G.L., la sua posizione è quella che più nettamente distingue la componente socialista di G.L. come un non marxista ma garante di esigenze libertarie, radicalmente autonomista e radicalmente riformatrice Lussu avrebbe detto rivoluzionaria - e profondamente radicata nelle masse”.
Pira sottolinea l'indisponibilità di Lussu a farsi gregario di chicchessia a qualsiasi titolo: "ha sconvolto la cultura rustica di massa, ma anche la cultura borghese della Sardegna introducendovi la coscienza storica e politica e dunque emozioni morali e intellettuali nuove, dirette, rivoluzionarie anche”.
Ma gli anni in cui Pira preferisce soffermarsi sono quelli che videro il giovane sardista impegnato nel primo conflitto mondiale: "Fu in Lussu che la generazione del primo conflitto mondiale si riconobbe, si proiettò, si identificò. C'è, si diceva all'inizio, anche una seconda generazione di democratici sardi che ha avuto in Lussu il proprio maestro. E quella nata e cresciuta, ma non arrivata alla piena maturità (ed era del resto impossibile) sotto il fascismo. È la generazione che maturò di colpo quando, caduto il fascismo, scoprì appunto di colpo la personalità e la lezione di Emilio Lussu”. Ma ora la morte di Lussu, avvenuta in un momento in cui il fascismo, persino nella sua immagine archeologica (quella squadristica), torna a farsi minaccioso, ha di nuovo scosso in profondità la coscienza democratica isolana, almeno delle generazioni adulte. Questo fatto ha un senso: la lezione di Lussu è penetrata e dura ma "occorre farla conoscere alle nuove generazioni, alle quali l'antifascismo viene invece presentato dall'Italia meschina e qualunquistica come un anello al naso o tutt'al più come un feticcio esoterico da tenere nascosto in qualche angolo inaccessibile della coscienza privata e non già come la premessa irrinunciabile di ogni discorso democratico"9. La generazione di Lussu, oramai diradatasi, era anche quella di Antonio Gramsci, ma di Gramsci seppe troppo tardi, quando ormai declinava; troppo tardi per aprire con lui un discorso diretto, ma in tempo per aprirlo con la sua eredità. Non va dimenticato che nella sua biografia intellettuale è sempre presente la lezione gramsciana come visione ideale vissuta con grande coerenza d’impegno morale e che ha plasmato la sua personalità di educatore10.
Merita di essere citato l’articolo Quel sardo dimenticato, dedicato ad un illustre protagonista del Risorgimento, il Deputato alla sinistra Giorgio Asproni11. Se pur appartenenti a tre epoche diverse, Pira sostiene una comunanza di orizzonti tra Asproni, Lussu e Gramsci. "Tutti e tre politici (e dunque facitori di storia) e tutti e tre sconfitti dagli eventi più immediati, ma in nessun momento vinti, affidano alla scrittura vendette inesorabili. […] Egli scrive il Diario con lo stesso distacco e con lo stesso impegno puntiglioso con cui Gramsci in carcere scriverà i suoi Quaderni e Lussu fuoriuscito Marcia su Roma e dintorni12.
Altro filone di indagine è il nuovo interessamento dei mass media nelle sue profonde ed estese possibilità di influenza politica e socializzatrice, oltreché di regolazione e alterazione di altri consumi. L'articolo Trasmissione tv. Sardegna sì ma alla svelta è un'interessante riflessione sulla puntata tv che andò in onda su Rai Tre dedicata ai sequestri di persona nell'isola. Una vicenda, quella dei sequestri, sottoposta a non meglio specificati criteri di qualità e di gusto, a giudizi estetici di arbitraria fondazione. "Una intera isola può occasionalmente essere assunta ogni due o tre anni come un tutto omogeneo e compatto?

[ ... ] Nessuno si sogna di raccontare il Piemonte, o l'Emilia Romagna in un'ora di interviste, sia pure con qualificatissimi studiosi, esponenti politici o campioni sociologici di quelle regioni. Ma in Sardegna si crede che operazioni del genere siano raccomanda bili e legittime. La Sardegna è più complessa, più ricca di contraddizioni dialettiche di quanto non pensino gli osservatori esterni. Le problematiche dell'identità culturale sono troppo serie per sopportare la banalizzazione degli slogans strumentali sia in direzione deregionalizzante sia in direzione sardista"13.
Pira rivendica con forza nessun connubio tra terrorismo politico e banditismo sardo, il quale "a differenza della mafia, non è mai stato una continuazione della politica con mezzi diversi14". "Ormai il terrorismo, al di là della dicotomia verità/vergogna, a forza di fare un uso menzognero dei linguaggi, si è escluso non solo come soggetto rivoluzionario ma anche come interlocutore15". E aggiunge: "Oggi nessuno è in grado di misurare quali comportamenti terroristici siano stati posti in essere in funzione della risonanza che avrebbero trovato, grazie agli strumenti di comunicazione di massa16”. Una strategia, quella dei gruppi terroristici, resa ormai esplicita: colpire le figure più significative del sistema politico-istituzionale, in modo da ottenere il massimo di spazio e pubblicità da parte dei mezzi di comunicazione di massa e creare contemporaneamente contraddizioni e difficoltà all'interno stesso del sistema dei partiti e degli apparati dello Stato. Quanto al separatismo isolano "si tratta di una denominazione inventata dal centralismo romano e dalle sue estensioni periferiche per far apparire irragionevoli non solo l'autonomismo sardo ma anche le specificità socio-culturali17", anche se una saldatura tra banditismo e politica, sempre temuta ma mai avvenuta nel passato, non può essere esclusa per l'avvenire. L'articolo È difficile essere cristiani in Sardegna racconta l'egemonia ideologica della Chiesa, espressa attraverso il controllo della professione di fede dal parroco di un paese della provincia di Cagliari. Lo scontro tra potere religioso e potere civile si esprime attraverso il rifiuto da parte del parroco di battezzare i figli dei comunisti. Il parroco "detiene il potere nella gestione dei simboli della vita e della morte esercitando la propria professione senza un briciolo di professionalità"18. Lo scritto si ricollega ad un altro articolo nel quale si analizzano le lotte di potere in un piccolo centro dell’Ogliastra19: anche in questo caso, il parroco, definito ragioniere dei ritualismi, lavora sulle anime e sullo scambio dei doni, non sulle merci e sullo scambio mercantile. Ciò avviene poiché egli ben conosce l'asimmetria dello scambio simbolico, il quale si risolve nella conferma della Chiesa al vertice di una trama di rapporti economici e simbolici, di cui tiene le fila. L'organicità del parroco al popolo, lo rende un po' etnologo; anzi, a livello esecutivo, egli è più etnologo di qualsiasi osservatore esterno. L'aneddoto del parroco del villaggio è in sé una parabola etnografica complessa, che Pira sceglie di raccontare perché dipanando le possibili storie dei protagonisti e i loro possibili futuri, le nostre etnografie della letteratura possono diventare esercizi di interpretazione del nuovo ruolo dell'immaginazione nella vita sociale.
Altro argomento di grande interesse, proprio perché sembra rappresentare la vera passione di Pira, è il fenomeno centrale del faticoso bilinguismo sardo-italiano. "Siamo dentro una grave crisi della società e dunque in presenza di una forte conflittualità di codici, non solo di quelli che regolano l'uso orale e scritto di una lingua, bensì anche di quelli che regolano gli usi di un altro strumento umano. Siamo cioè in presenza di uno di quei processi dialettici che Gramsci chiama di riorganizzazione dell'egemonia"20. Il continuo confronto tra lingua egemone e varietà dialettali (e loro rispettive letterature) consente a Pira di porre in risalto il problema del proprio rapporto con la lingua e la scrittura. A parte le più note e gravi differenze linguistiche orizzontali (quelle esistenti per esempio tra l'italiano e il francese, tra il veneto e il siciliano), i problemi che attirano l'attenzione sono quelli derivanti dalle differenze linguistiche verticali, strettamente legate alla presenza di dislivelli nella conoscenza e capacità d'uso di una stessa lingua. "Nel mezzogiorno si guarda alla scuola ufficiale come a una dispensatrice di titoli ancora spendibili. La scuola ufficiale del Sud non ha serie alternative sul piano dell'apprendimento accumulativi al di fuori della caduta in una scuola impropria sempre più degradata. La gerarchia ufficiale dell'istruzione pubblica (ministro, provveditore, preside, insegnanti) gode ancora di un potere simbolico forte, non contestato da altre autorità culturali"21. Il quadro di insieme che si coglie è quello della estrema complessità della nostra tradizione letteraria. Il continuo confronto tra lingua egemone e varietà dialettali - nel loro incontrarsi e scontrarsi con il flusso lento ma sempre più imponente della lingua italiana - sarà un ricordo e si potranno riconoscere forse solo pronunce locali di un'unica lingua. Il discorso dovrebbe, secondo Pira, allargarsi considerevolmente e coinvolgere tutte le componenti del sofferto rapporto tra e i condizionamenti che intercorrono tra Stato e Regione, tra lingua sarda e l'italiano. Non va dimenticato l'articolo Se questo poeta scrive in sardo. Il punto di partenza delle sue riflessioni era il più delle volte un senso di insofferenza davanti alla diffusione di una “concezione volgare o demagogica della poesia in lingua sarda; diffusione operata da un’intellettualità paesana, pigra e xenofoba”22. Pira, da sempre apprezzatore critico della poesia in limba, avverte ora gli effetti della sopravalutazione antica dove qualsiasi tentativo di sollevare problemi di ordine formale viene fatto apparire un lusso decadente, un'indebita intrusione accademica in un mondo felice dove la poesia scorrerebbe con la stessa abbondanza e naturalezza dei ruscelli di primavera"23.
Egli aveva individuato le caratteristiche della poesia dialettale nel carattere ripetitivo del modulo e nell'assenza di problematizzazione formale. Non comprende perché soltanto in Sardegna la difesa delle specificità linguistiche e culturali debba essere inconcepibile con la ricerca stilistica. "Ho conosciuto poeti sardi analfabeti capaci a loro modo di raffinate analisi formali dei propri versi, essendo il loro rapporto con la loro lingua coerente con tutti gli altri rapporti culturali, mentre conosco mezzi cultori di cultura sarda non riconoscere un endecasillabo da un settenario”24. Eppure anche in Sardegna si è alla ricerca di un nuovo rapporto fra la poesia letta o detta e un pubblico colto bilingue. La dizione di versi da un lato si presenta come un possibile ulteriore sviluppo della gara poetica (avente un valore centrale nella tradizione).

L’argomento del nesso bilinguismo-costruzione dell'identità culturale era del resto già stato trattato in precedenza da Pira in termini più problematici e in prospettiva più alta: qui la selezione appare più drastica. Con considerazioni di linguistica SI chiude questa collaborazione a "Paese Sera": e tutto l’insieme pare essere una meditazione generale sul modo di accostarsi al problema della conferma identitaria della cultura sarda, per ampie sintesi e per disamine particolareggiate di singoli termini. L’aspetto preminente dei suoi scritti è analitico, denso di fatti minuti, di notizie e osservazioni particolari. Tutti gli scritti sono legati però da una sostanziale unità di intenti: quella di aggredire l’idea di un monocentrismo linguistico, di un’egemonia di lingua letteraria dominante verso una collettiva autocoscienza linguistica.
NOTE
1. Si veda: U. Ruiu, Michelangelo Pira giornalista, “Nae”, III, 8, Autunno 2004, pp. 75-78.
2. Si veda: A. GATTO, Il sardismo come rivolta, “Paese Sera”, 5 giugno 1980, dedicato all'improvvisa scomparsa di Michelangelo Pira avvenuta il 3 giugno 1980.
3. M. PIRA, Ospedali e provocatori, “Paese Sera”,7 novembre 1979.
4. Cfr. gli articoli di M. PIRA, Due capitani in Barbagia, “Paese Sera”, 29 dicembre 1979; Carla Fracci e il pescatore, “Paese Sera”; 27 febbraio 1979.
5. Oltre al ruolo attivo nello schieramento sardista va ricordato il lavoro di Pira, dal 1975 al 1980, nel Consiglio Comunale di Cagliari eletto come indipendente nelle liste del P.C.I. e il suo impegno di amministratore comunale alla fine del mandato dall’inverno del 1979 sino alla primavera del 1980.
6. M. PIRA, Il Rag. Rossi non ha sparato, “Paese Sera” 28 marzo 1980.
7. M. PIRA, Le isole sono un ritaglio? “Paese Sera”; 28 marzo 1980.
8. Ibidem.
9. M. PIRA, Perché Gramsci rimane attuale, “Paese Sera”; 3 maggio 1980.
10. Cfr. oltre al precedente articolo, M. PIRA, La figlia inesistente di Gramsci, “Paese Sera”, 5 maggio 1980.
11. Intellettuale e uomo politico, Giorgio Asproni (Bitti 1807 - Roma 1877), fu protagonista prima nel Parlamento subalpino e poi in quello italiano per nove legislature. Amico dei maggiori esponenti democratici del risorgimento italiano- Mazzini, Garibaldi, Cattaneo, Monin ed altri- visse tutto il processo risorgimentale di formazione del nuovo stato italiano, fin dalla fusione dalla Sardegna col Piemonte. Della sua intensa attività politica e parlamentare dal 1855 al 1876 rimangono i Diari politici, opera autobiografica in sette volumi. Morì a Roma nel 1877.
12. M. PIRA, Quel sardo dimenticato, “Paese Sera”, 6 novembre 1980.
13. M. PIRA, Trasmissione TV. Sardegna sl, ma alla svelta, "Paese Sera", 15 febbraio 1980.
14. M. PIRA, Alleati banditi e terroristi? "Paese Sera", 28 gennaio 1980.
15. M. PIRA, Il ragionier Rossi non ha sparato, "Paese Sera", 28 marzo 1980.
16. M. PIRA, Messaggeri di nulla. Terrorismo e mass media, “Paese Sera”; 14 febbraio 1980.
17. M. PIRA, Il Ragionier Rossi non ha sparato, cit.
18. M. PIRA, È difficile essere cristiani in Sardegna, “Paese Sera”, 28 febbraio 1980.
19. I diari del parroco di Ulassai, Mons. Luigi Mulas, erano stati pubblicati in C. GALLINJ (a cura di), Diario di un parroco di villaggio. Lotte di potere e tecniche del consenso in una comunità sarda, Cagliari 1979. Si veda inoltre l'articolo di Michelangelo Pira, Il laboratorio di un parroco, “Paese Sera”, 26 aprile 1980.
20. Sulla riflessione gramsciana della costruzione dell'identità e soggettività storica del popolo sardo come elemento unificante della ricerca culturale di Pira, può essere utile l'interessante intervento di Francesco Cocco in Omaggio a Gramsci, Cagliari, 1994, pp. 90-93. Sulla natura e l'importanza in generale di questa influenza vedi soprattutto M. PIRA, La rivolta dell'oggetto. Antropologia della Sardegna, Milano, 1978.
21. M. PIRA, Il fascino della laurea, “Paese Sera”; l marzo 1980. Si vedano anche i suoi Pertini e Giannini due linguaggi, “Paese Sera”, 6 gennaio 1980; Quando Carter parla sardo, “Paese Sera”, 26 gennaio 1980; Ma quanto è costata questa lingua italiana, “Paese Sera”, 17 febbraio 1980; Le oscurità sono due: una legittima e una no, “Paese Sera”, 26 marzo 1980.
22. M. PIRA, Se questo poeta scrive in sardo, “Paese Sera”, 11 maggio 1980.
23. Ibidem.
24. Ibidem.